È partito appena un anno fa il Global Teacher Price (Premio per il miglior insegnante dell'anno) ed ha ottenuto più di cinquemila candidature. Lo ha voluto un imprenditore di origine indiane, Sunny Varkey, attraverso la fondazione che porta il suo nome.
La prima edizione del premio si è tenuta a Dubai qualche giorno fa, con presidente della giuria l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. La vincitrice, che si è aggiudicata un premio da un milione di dollari, è una maestra americana del Maine, Nancie Atwell. Il premio è stato assegnato con la seguente motivazione: "per aver trasmesso l'amore per la lettura ai suoi giovani allievi". La donna ha così commentato la vittoria: "ho cambiato il modo di insegnare, ho fatto innovazione senza chiedere il permesso a nessuno". Il suo metodo, consacrato da un centro per l'insegnamento e l'apprendimento che la donna ha fondato nel 1990, appunto nello stato del Maine, si basa sui libri. "I miei studenti amano la lettura, io ho cercato di trasmettergli questo amore - ha detto la donna – ne leggono almeno 40 all'anno, e li scelgono loro, da una biblioteca che viene aggiornata continuamente."
Ora con dieci milioni di dollari la sua scuola crescerà e noi glielo auguriamo di vero cuore. 
Ha vinto la Atwell, dunque, ma alcuni degli altri finalisti erano dei veri eroi del nostro tempo. Ricordiamo Phalia Neang, della Cambogia, che ha inventato un metodo che combina musica e computer per insegnare ai ragazzi non vedenti, oppure Azizullah Royesh, che ha fondato in Afghanistan una scuola per ragazze che gli è costata una condanna a morte da parte dei talebani. Oppure Stephen Ritz, che in una zona degradata di New York, il Bronx, ha trasformato la scuola in un orto per insegnare ai ragazzi l'amore per l'onestà e per il lavoro. 
Tra i finalisti c'erano anche due italiani. 
Il vero scopo del premio in realtà era quello di risvegliare l'attenzione dell'opinione pubblica su una professione che è una vocazione, un ruolo troppo spesso non riconosciuto come dovrebbe, quello degli insegnanti. Per i finalisti del premio, ma per milioni di insegnanti in tutto il mondo, così eccezionali eppure così normali, di quelli che ogni giorno, senza clamori, portano sulle spalle il peso dell'accoglienza, dell'istruzione, dell'educazione, il vero motore che mette in moto il miracolo, al di là dei premi e dei riconoscimenti, è la passione. 
Sì, è la passione il vero segreto della "buona scuola", non quella dei proclami e dei decreti, ma quella della quotidianità che diventa straordinarietà.

Non è mai inutile e fuori luogo sviluppare una riflessione sul ruolo dell'insegnante nella società, questo ruolo così importante e a volte così negletto. In tempi di crisi, così difficili per le famiglie stesse, acquista un ruolo ancora più importante. Lo ha ribadito anche papa Francesco qualche giorno fa: "insegnare è una grande responsabilità" e ha aggiunto "amate di più gli studenti difficili".
Cosa vuol dire oggi "essere" insegnanti? La vincitrice del premio ha detto "it's a privilege to develop a relationship with children" (è un privilegio creare relazioni con i ragazzi), e questo, secondo me, è il nodo di tutto. Essere insegnante vuol dire innanzitutto creare relazioni ed empatia, vuol dire mettere in grado chi si ha di fronte di ascoltare la voce del maestro interiore, ricucire gli strappi, censire le cause dei conflitti. Significa prendere in carico le richieste interiori ed esteriori degli studenti, significa capire cosa pensano, quali sono le loro passioni, i loro sogni, i loro problemi. Significa trasformare il compito scolastico in un'esperienza conoscitiva. Se non si conquista al fiducia dei ragazzi, diventa difficile spiegare il programma. L'insegnante deve riconoscere i desideri più profondi dei giovani, la loro volontà di comunicazione, la loro tensione comunitaria. Il vero insegnante, ma oserei dire il vero maestro, è colui che crea empatia con i suoi discepoli, che riconosce che una vera relazione si costruisce dando e ricevendo. Un vero maestro è colui che insegna ciò che non sempre si trova nei libri, è colui che trasmette l'onestà e il gusto del sapere, il coraggio di riflettere. Il vero maestro è colui che non ha paura di stare vicino ai ragazzi più difficili, che con il loro comportamento spesso urlano silenziosamente il loro disagio: "se la scuola si occupasse soltanto di quelli che vanno bene, assomiglierebbe ad un ospedale che vuole curare i sani" diceva don Milani. 
E la storia di Nancie ci dimostra che si è innovatori, che si può esserlo, non per gli strumenti di cui si dispone ma per la passione che si ha per ciò che si fa. 
Ciò che gli insegnanti chiedono, e lo dico da insegnante di una scuola di periferia, è di essere riconosciuti per il loro miracolo quotidiano. E questo vale molto di più di uno stipendio più ricco. 
Perché la nostra professione è scendere in trincea ogni giorno, in una Scuola dove gli edifici sono fatiscenti, dove banchi, sedie, cattedre sono spesso rovinati, i muri scrostati e umidi, dove le aule sono piccole e dobbiamo stiparci come polli con un numero esagerato di alunni, dove non ci sono risorse neanche lontanamente sufficienti per attivare progetti per recuperare, accogliere, o offrire dei corsi di approfondimento, di teatro, di scrittura creativa, di disegno, di musica, di mediazione culturale e scolastica. Per non parlare poi dell'assenza quasi capillare degli strumenti multimediali.

Essere insegnanti oggi è in realtà essere in prima linea. In tanti, troppi, se lo dimenticano. Come se educare i giovani di oggi, gli adulti di domani, fosse non una priorità, ma solo un obiettivo di secondaria importanza.


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