Tutti abbiamo appreso dai giornali che proprio oggi la Camera ha approvato la proposta di legge relativa al c.d. "divorzio breve". Dovrà superare anche l'esame del Senato per il via definitivo.

Non mi soffermo a descriverne nel dettaglio i contenuti, vista l'abbondanza di informazioni al riguardo sia sui media tradizionali che in internet.

Ciò che invece attira la mia attenzione è stato il consenso ed il plauso quasi unanime che forze politiche, associazioni professionali (ovviamente!) e culturali hanno espresso a sostegno delle soluzioni licenziate dalla commissione parlamentare. Trovo questo consenso un po' ipocrita, invero.

Mi sembra infatti che, con una soluzione tutta italiana, si scopi la polvere sotto il tappeto o che, come si è fatto nel passato per l'eccesso di sostanze inquinanti nell'acqua potabile, si preferisca semplicemente nasconderlo alzando i limiti di legge ritenuti accettabili.

Che nel nostro paese, così come in tutto il mondo occidentale, la famiglia sia diventata "difficile" è un dato di fatto. La trasformazione dei costumi non solo ha demolito lo schema tradizionale, ma lo ha arricchito di composizioni inedite che hanno finito col far saltare ogni schema regolamentare fin qui noto.

Eppure, a mio avviso, la soluzione per ridurre il carico di sofferenza che tutto ciò provoca non è e non può essere semplicemente quella di rendere (teoricamente) velocissima la dissoluzione e la regolamentazione forzata del defunto nucleo familiare, senza preoccuparsi minimamente nè delle concrete difficoltà operativo-giudiziarie nè delle necessità reali dei suoi componenti.

La prima perplessità, mi sorge in relazione ai tempi di giustizia. Al momento in cui scrivo, nel Foro in cui opero i tempi fra la proposizione della domanda di separazione consensuale e la fissazione dell'udienza di comparizione dei coniugi sfiorano l'anno. Non parliamo poi di quelli delle separazioni giudiziali, dove il ritmo delle singole udienze istruttorie non risulta mai inferiore alla scansione annuale.

Ebbene, la nuova norma prevede quale termine per la proposizione della domanda di divorzio "…dodici mesi dalla notificazione della domanda di separazione. Qualora alla data di instaurazione del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio sia ancora pendente il giudizio di separazione con riguardo alle domande accessorie, la causa è assegnata al giudice della separazione personale. Nelle separazioni consensuali dei coniugi, il termine di cui al primo periodo è di sei mesi decorrenti dalla data di deposito del ricorso ovvero dalla data della notificazione del ricorso, qualora esso sia presentato da uno solo dei coniugi".

Francamente al pensiero dell'affastellarsi dei procedimenti e dei termini processuali mi sento decisamente a disagio, certo come sono che la tempistica indicata sarebbe di fatto insostenibile. E poi: che senso ha mantenere ancora la doppia fase separazione-divorzio? Non sarebbe più logico accorparle fra loro?

 

Immagino però che il legislatore, insieme alla modernizzazione della normativa sul divorzio saprà anche rendere efficienti le strutture giudiziarie, abbassandone drasticamente i ritmi e razionalizzandone le procedure.

La seconda, e più grande perplessità riguarda invece il merito.

Se si avverte l'esigenza di semplificare e velocizzare un processo, l'intervento dovrebbe essere coerente in tutte le sue parti, alleggerendole e deregolamentandole integralmente.

Invece il sistema post riforma sarebbe comunque e sempre gravato da quella insopportabile iperfetazione regolamentare, che pretende di disciplinare forzosamente il "dopo matrimonio", stabilendo entità di assegni di mantenimento, regole postali di visita dei bambini, assegnazioni di case, e via discorrendo, con ciò lasciando perciò assolutamente inascoltate le innumerevoli voci che chiedono una profonda rivisitazione anche e soprattutto delle tendenze giurisprudenziali, spesso molto lontane dalla realtà quotidiana della gente. L'intervento posto da questa riforma è quindi assutamente parziale ed insufficiente.

Inoltre non cessa di stupirmi il palese disturbo di personalità sdoppiata che ci continua ad affliggere, laddove da un lato le statistiche evidenziano in modo chiaro la crescita delle c.d. famiglie di fatto, scelte per non farsi ingabbiare dalla complessa struttura normativa e processuale che connota la "famiglia matrimoniale" ; dall'altro però se ne chiede a gran voce la regolamentazione legislativa, che introdurrebbe dalla finestra ciò che accuratamente si evita di far entrare dalla porta.

Infine, ciò che davvero mi lascia interdetto è la totale e conclamata assenza di indirizzi culturali, di scelte che non siano esclusivamente tecnico-normative, ma che sappiano suggerire soluzioni al malessere di fondo che tutto questo rappresenta.

Se la velocità o meno di un divorzio diviene un problema, vuol dire che esiste un problema a monte. Vuol dire cioè che la dimensione relazionale-sociale è in crisi e che domanda soluzioni diverse rispetto a quelle offerte.

L'enorme difficoltà con cui le attuali prassi giudiziarie rispondono a questa domanda prova l'inadeguatezza delle stesse: ad ognuno di noi capita di avere fra gli amici o i parenti qualcuno che si sia separato in tribunale. Credo che nessuno di loro ne parli bene.

In genere gli uomini lamentano un impoverimento drastico; le donne, inadeguatezza sia delle soluzioni imposte che dell'assistenza concreta.

Pochi, purtroppo, si occupano dei bambini, del loro vissuto e della loro sofferenza che deriva dalla privazione parziale o totale delle figure genitoriali di riferimento e di un ambiente sereno in cui crescere.

In generale, quindi, sembra che per il nostro legislatore (e per il nostro giudice, purtroppo) sia meglio cacciare più velocemente di prima la polvere sotto il tappeto della cessazione degli effetti del matrimonio che mettere mano ad una seria e completa pulizia, ristrutturando il sistema di assistenza al "mondo famiglia" (consultori, assistenti sociali, centri di mediazione, strutture di sostegno alla genitorialità, sostegno alla maternità, e via discorrendo) oggi troppo spesso abbandonato a se stesso o alla semplice buona volontà di volontari ed idealisti.

E allora? Allora c'è molto, molto da fare, prima di essere "finalmente in europa", come un po' superficialmente alcune testate hanno scritto.

Sapremo farlo?


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