Prima delle vacanze pasquali, come ogni anno, nella mia scuola è stato tempo di pagelle e di incontri con le famiglie, per le valutazioni infra-quadrimestrali. Un intero pomeriggio trascorso ad accogliere e colloquiare con le famiglie degli studenti.

"Professoressa, allora come si comporta mio figlio, come va a scuola, qual è il voto nella Sua disciplina?"

"Suo figlio è un ragazzino straordinario, con un'intelligenza viva, una capacità di comunicare oltre il normale. Ce la mette tutta, come è giusto che sia. Quando inciampa tocca a me, a noi, aiutare a risollevarlo, mostrandogli le sue capacità. Ha tanti sogni, è molto creativo e ha idee geniali. Scrive poesie, sa? Ne ho letto qualcuna..."

"Ho capito, professoressa, ma il voto?"

Già, il voto !

Invito questo papà ad andare in segreteria, che in occasioni come queste rimane aperte fino a sera, a ritirare la pagella, cosi potremo commentarla insieme.

 

Insegno lingua, cultura e civiltà inglese in un istituto superiore. Le verifiche e le valutazioni per me sono quotidiane, "in itinere" si dice in gergo, e i miei alunni lo sanno. Ma non faccio classifiche e non amo valutare le anime, le menti e la sensibilità di ciascuno con dei numeri.

Certo la burocrazia vuole che io assegni dei voti, e io lo faccio, nel rispetto delle regole e dei miei doveri, nei tempi e nelle modalità stabiliti dagli organismi decisionali, ma il voto non è il cuore del mio lavoro. E cerco anche di farlo capire ai miei ragazzi.

 

A me non piace chiudere i giovani in un numero, perché il voto è simbolo di quella matematica dell'essere imperante nel nostro tempo, che sbandiera le ragioni della meritocrazia in ogni campo, smentita poi prepotentemente da altre logiche e altro rigore.

Il voto cancella i volti e le storie e cancella gli sforzi di ciascuno, crea ansia e disgregazione. Il voto non esprime la ricchezza di ciò che ciascuno di noi ha dentro.

 

Certo un ragionamento del genere mi fa correre il rischio di creare una vertigine incomprensibile per chi guarda da fuori. Per i miei ragazzi in classe non è cosi. Li sprono quotidianamente ad autovalutarsi e il voto lo decidiamo insieme. E devo dire che in queste circostanze sono sempre più onesti degli adulti.

 

Per me l'idea della scuola, dell'azione educativa a cui la scuola è vocata, del sapere è essenzialmente motivazione, relazione, crescita, comunicazione, cooperazione, desiderio di conoscenza. Per me educare significa riflettere sulle azioni, sul metodo, sulle difficoltà, sul pensiero e sulla solidarietà. Per me la scuola è pedagogia dell'essere e del cuore. Per me scuola è comunicare, perché l'insegnante comunica anche quando spiega, quando incoraggia un alunno in difficoltà, quando si impegna a facilitare l'apprendimento, quando adatta gli argomenti della sua disciplina ai suoi studenti, quando stimola la curiosità.

 

Nella scuola che io sogno, quella che premia la pedagogia dell'essere e del cuore, il baricentro non deve essere il voto. Gli studenti per crescere hanno bisogno di insegnanti capaci di farsi coinvolgere emotivamente da loro, di coinvolgerli emotivamente a loro volta e di comunicare in modo autentico. L' essenziale risiede nella capacità di essere educatori, di essere "maestri", nella capacità di amare la crescita e la formazione di queste persone.

 

Se si vuole che il processo d'istruzione sia rilevante per le vite che gli studenti effettivamente conducono, allora dobbiamo fare in modo che la classe diventi un posto dove queste vite possano essere messe a confronto. Questo comporterà creare un spazio aperto alle relazioni interpersonali, di modo che i ragazzi abbiano l'opportunità di crescere e di sviluppare autoconsapevolezza. In questo scambio gli insegnanti devono essere facilitatori, devono svolgere un ruolo di mediatori, incoraggiando gli alunni a portare nel loro processo di apprendimento una sintesi del proprio essere nel suo insieme: fisico, emozionale e razionale.

 

Come fare allora a creare un ambiente "facilitativo"? Io credo, avendone conferma da una esperienza quotidiana, fatta di successi ma anche, come è giusto che sia, di qualche sconfitta, creando un ambiente dove tutti sono liberi di esprimere i propri bisogni e desideri, quando si incoraggiano e stimolano relazioni amichevoli, quando gli adulti impiegano più tempo ad ascoltare gli alunni piuttosto che a parlargli, perché.: "se non c'è ascolto non c'è comunicazione", e se c'è ascolto "lo studente si sente capito, ascoltato e non giudicato" (L'importanza dell'ascolto nella relazione didattica – Terry Bruno)

 

Le prerogative di una pedagogia del cuore e dell'essere per me devono essere: desiderare e favorire la crescita, "mi sta a cuore la tua crescita e il tuo successo"; motivare ed entusiasmare gli studenti verso l'auto-realizzazione, "cerca di esplorare i tuoi talenti e trova la strada per metterli a frutto"; incoraggiare l'autostima, "ci sono delle difficoltà, ma le puoi superare utilizzando le tue risorse"; assicurare il sostegno nelle difficoltà, "posso darti una mano, puoi fidarti di me"; correggere, valorizzare, apprezzare e stimare, "ammiro la tua tenacia e sono sicura che possiedi molte risorse".

I voti semmai vengono dopo, ma in questo clima di cooperazione avranno il volto di una verifica e di un accertamento dei bisogni e creeranno valore e non saranno arma ideologica di controllo.

Don Lorenzo Milani diceva " agli svogliati basta dare uno scopo".

Sembra una ovvietà ma, come tutto il metodo di don Milani, anche questa frase è rivoluzionaria nella sua semplicità e nella sua nudità. Basta dare uno scopo.

*Docente presso l'Istituto di Istruzione Superiore "Nicholas Green" di Corigliano Calabro


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