Entro in una classe seconda dopo la ricreazione. I ragazzi stanno celermente ritornando ai loro posti 
dopo il break. Qualcuno di loro, che era rimasto seduto, si affretta a metter via il proprio smartphone, su cui ha "smanettato" (cosi dicono nel loro slang) durante i minuti di pausa. 
Ascolto di sfuggita la conversazione fra due di loro "non hai seguito per niente durante l'ora di 
matematica, poco mancava che la prof se ne accorgesse". E l'altro "eh sì, ma poi durante la 
ricreazione ho fotografato tutta la lezione sulla lavagna". 
Sorrido. Un altro dei ragazzi è tutto intento sul suo smartphone. Gli ricordo che deve spegnerlo e 
metterlo via, ma lui sembra non accorgersi di me. È come in trance, connesso soltanto con il suo 
videogioco digitale. Mi avvicino e gli sfilo delicatamente lo smartphone dalle mani. Sembra 
davvero risvegliarsi da una sorta di trance. Gli sorrido mentre lui mi chiede scusa. Gli dico di 
voltarsi verso la finestra e ammirare la bella giornata di sole. Gli altri della classe si mettono a 
ridere e uno di loro dice "ma tanto lui il cielo non lo guarda mai: è sempre chinato sullo 
smartphone". 
I nostri ragazzi sono "nativi digitali". L'utilizzo della tecnologia nel periodo di età dai cinque ai 
venti anni, nel tempo in cui gli scienziati dicono si formino i legami neuronali nel cervello, fa sì che 
il loro modo di pensare e ragionare sia diverso dal nostro da un punto di vista neurofisiologico. 
Il mondo delle nuove tecnologie che per tanti di noi adulti è un mondo virtuale, per i ragazzi 
"nativi" è un mondo reale ed esistente a tutti gli effetti. Gli psicologi dell'età evolutiva dicono che 
la loro identità, costituita dalla somma di tutte le loro identità di ruolo (io-studente, io-amico, io 
nipote, io-fratello/sorella, io-figlio/figlia ecc), comprende anche l'identità digitale, cioè l'immagine 
che essi riflettono di sé in internet e nei social networks. 
Mi sono ritrovata spesso, nel mio ruolo di docente e quindi educatrice, a cercare di "insegnare" a 
questi ragazzi a vivere anche nel mondo di internet e delle nuove tecnologie, cercando di fargli 
capire come relazionarsi, ad esempio come gestire al meglio la loro presenza su facebook, oppure a 
seguire delle regole di comportamento etiche, ad esempio non scaricando contenuti illegali, oppure 
ancora come adottare le giuste precauzioni nel difendere la propria privacy. 
Perché, in questo mondo "virtuale" in cui vivono i nostri ragazzi, dobbiamo, noi adulti, imparare ad 
entrare e a trovare delle soluzioni per relazionarci con loro. 
Gli americani hanno coniato il termine "geek" per indicare i "malati di tecnologia". Sempre 
connesso, il "geek" salta da Facebok a Instagram, ama chattare su Whatsup e carica "app" e giochi 
per il proprio telefono. Il geek non è "nerd", l'esperto di informatica e informatico virtuale: ai geek non importa nulla di codici e programmi, ma usa gli strumenti elettronici per sentirsi "più social", 
come amano dire i giovani. 
L'OCSE (Rapporto P.I.S.A. 2014) parla in modo chiaro di "analfabetismo da diffusione della 
tecnologia". al rapporto emerge che tre studenti su dieci scrivono usando, per esempio, la lettera k 
al posto di "ch" e in generale "non sono capaci di comprendere, valutare e farsi coinvolgere con testi scritti".
Ancora, una ricerca condotta dall'università canadese di Waterloo, "The brain in your pocket", 
afferma che usare troppo lo smartphone influisca negativamente sulla capacità di ragionare oltre che 
contribuisca a sviluppare isolamento, in quanto la dimensione virtuale, di fatto contribuisce all'isolamento, dando invece l'impressione di essere in contatto con gli altri. 
Questo è il rischio che corrono oggi i nostri giovani. 
a educatori, qualunque sia il nostro ruolo, siamo tenuti a stare insieme ai nostri ragazzi anche nelle 
loro esperienze tecnologiche così come nel mondo reale, proporre la nostra esperienza e la nostra 
capacità critica, perchè essi possano rielaborarla e farla loro.


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