di Valeria Caputo

Com'è noto ai tecnici del diritto, lo "ius sepulchri" è il "diritto al sepolcro ereditario", costituito da un fondatore con l'obiettivo di costituire, per sè e per i propri cari, la disponibilità di una sepoltura sicura.

Il problema posto nel caso che esaminiamo è quello di chiarire la possibilità di vincolare l'utilizzo di una cappella funeraria "di famiglia" solo ai portatori di un determinato cognome, o di disporne genericamente anche in favore di altri eredi.
Il fatto origine della questione è il seguente: una coppia di coniugi otteneva dal Comune di Torino il diritto di sepoltura perpetua in una area del cimitero, edificandovi un'edicola funeraria contraddistinta dall'intestazione del cognome di famiglia.
Alla morte della moglie, il coniuge superstite ed i suoi due figli procedevano alla divisione dei loculi e degli ossari a mezzo atto notarile. In esso, inserivano una clausola di accettazione di tutte le disposizioni comunali in materia e di incedibilità dei loculi a terze persone estranee alla loro famiglia.
I due figli erano entrambi coniugati, ed uno di essi a propria volta con figli.
La moglie dell'altro, invece, aveva a sua volta un figlio concepito in un precedente matrimonio.
Quest'ultima in particolare, dopo il decesso del coniuge, chiedeva al Comune l'emissione di un provvedimento amministrativo di subentro sull' edicola funeraria, che otteneva.

Dopo molti anni anni, il nipote di ella, ovvero il discendente del figlio di prime nozze della donna, manifestava l'intenzione di eseguire opere di ristrutturazione sull'edicola funeraria, ma la moglie dell'altro figlio (cioè dell'originario concessionario) si opponeva.

Cosà¬, la questione posta agli Ermellini è di chiarire se l'intenzione della coppia originaria, in fase di concessione, ovvero dei contraenti, in sede di divisione, fosse quella di riservare il diritto de quo ai soli membri della famiglia distinta da quel determinato cognome.

In via preliminare, chiarisce allora la Corte, occorre precisare che il concessionario vanta un diritto di natura reale sul bene comunale ed il soggetto, destinatario e beneficiario del provvedimento amministrativo, ha facoltà di trasferire la cosa a terzi senza che ciò possa rilevare ovvero influire nelle relazioni con l'ente concedente.
Ne consegue che il Comune è, si, titolare della potestà concessoria costitutiva del diritto (privatistico) di sepolcro ma che può revocare la concessione soltanto per interesse pubblico mentre non ha il potere di contestare le modalità di esercizio, da parte del concessionario, del diritto di sepolcro che resta autonomo, libero e riservato.

Ciò posto, prosegue la Corte: "...lo jus sepulchri nel sepolcro ereditario si trasmette nei modi ordinari per atto inter vivos o mortis causa dall'originario titolare come qualsiasi altro bene, anche a persone non facenti parte della famiglia, mentre, nel sepolcro gentilizio o familiare (carattere, quest'ultimo, da presumersi in caso di silenzio o anche se vi sono dubbi al riguardo) è attribuito in base alla volontà del testatore in stretto riferimento alla cerchia dei familiari presi in considerazione come destinatari del sepolcro stesso... Detto diritto si trasforma da familiare in ereditario solo con la morte dell'ultimo superstite della cerchia dei familiari designati dal fondatore, rimanendo soggetto per l'ulteriore trasferimento alle ordinarie regole della successione mortis causa"

Su queste basi la Suprema Corte può quindi stabilire che i discendenti degli originari condividenti hanno orientato le proprie posizioni e le proprie pretese relative alla tomba della "Famiglia" come se l'atto di divisione avesse comportato l'attribuzione a ciascuno dei condividenti del diritto di trasferire i diritti rivenienti dal detto atto di divisione secondo le regole della successione ereditaria.
Ne consegue, quindi, che lo ius sepulchri spetta anche al discendente non portatore del cognome di famiglia, secondo le norme in materia di successione.

CosଠCorte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 30 gennaio "“ 8 maggio 2012, n. 7000


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