di Valeria Caputo

La vita è un cerchio che dovrebbe chiudersi nello stesso modo in cui è iniziato: un ritorno alle proprie origini senza sofferenza.
La Costituzione Italiana riconosce i diritti inviolabili dell'uomo, ed all'art 32 statuisce che: "nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la sua volontà , se tale trattamento non è previsto come obbligatorio per disposizione di legge".

Benchà© l'Italia abbia ratificato, con la legge 145/2001, la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina firmata ad Oviedo del 1997, nella quale si stabilisce che "i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la propria volontà saranno tenuti in considerazione", non si è ancora provveduto a darne concreta attuazione con una legge nazionale.

La legge n° 833/1978, all' art 33, però, dispone che: "gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari", quindi, il malato, capace di intendere e di volere è libero di accettare o rifiutare cure e terapie: il malato ha il diritto di essere informato sulla sua situazione clinica e decidere se sottoporsi o meno alle cure.

La norma è stata interpretata nel senso che debba escludersi la possibilità di trattamenti sanitari contrari alla volontà del paziente e eseguito senza il suo consenso, se questo è in grado di prestarlo. Il legislatore, però, non ha specificato l'estensione e i limiti di tale "consenso informato".

Cosa accade, invece, quando il malato non può esprimere il consenso perchà© è incapace di intendere e di volere, magari si trova in uno stato di coma?

Molto dibattuta è la tutela del diritto a morire e di conseguenza, si cerca di individuare i limiti dell' l'accanimento terapeutico, che si ha quando vengono usati macchinari (o farmaci) per sostenere artificialmente le funzioni vitali di soggetti affetti da patologie gravi, ritenute dai medici impossibili da guarire.

L' accanimento terapeutico, anche se non è disciplinato da una norma ad hoc, è stato considerato vietato, in quanto lede il principio della dignità umana. Il trattamento, infatti, è considerato non dignitoso e quindi "futile" quando sottopone il malato a gravi sofferenze psichiche o fisiche, senza apportare alcun miglioramento alla sua condizione clinica.

A tal punto sorge una questione: qual'è il limite tra l'accanimento terapeutico e il "diritto a morire"?

L'"accanimento terapeutico", sorto sul caso Welby ed Englaro, ha acceso un dibattito non solo di natura giuridica, ma soprattutto culturale ed etica, poichà© entrano in discussione tematiche molto delicate, connesse al senso della vita umana.

E' legittimo interrompere il trattamento terapeutico nei malati terminali? Si ha il diritto a disporre della propria vita?

Si è incominciato a discutere dell'opportunità di introdurre il cosiddetto testamento biologico, ovvero una dichiarazione con la quale il soggetto dà delle indicazioni circa il trattamento a cui essere sottoposto nelle ipotesi in cui non sia in grado di manifestare la propria volontà a causa di una grave malattia: una dichiarazione di rifiuto del mantenimento in una vita vegetativa nel caso di sopraggiunta incapacità , il rifiuto di cure non mirate alla guarigione ma all'inutile mantenimento in una vita priva di relazione ed in un perenne stato d'incoscienza.

Attualmente non esiste ancora una legge che disciplina questa delicata questione: non si tratterebbe una legge per "staccare la spina", ma per permetterebbe, invece, a ciascun individuo di decidere cosa fare della propria vita nel momento in cui non ci siano cure e/o terapie utili.

L'ostacolo all'ammissibilità di una legge è il timore di introdurre, attraverso il testamento biologico, l'ammissibilità dell'eutanasia. Si tratta, come anche sostenuto dal Prof. Umberto Veronesi, però, di due fattispecie diverse. Proprio sul sito internet della Fondazione Veronesi (http://www.fondazioneveronesi.it/testamento_biologico.html) si può trovare un modulo per la redazione del testamento biologico.

Tale scrittura obbligherebbe il medico ad evitare ogni accanimento terapeutico, nel caso di sopravvenuta incapacità . Le dichiarazioni non sarebbero vincolanti sotto il profilo giuridico per il medico, ma nel caso fossero disattese l'obbligherebbero a renderne conto alla persona indicata nel documento quale garante dell'attuazione delle volontà .


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